E il cedro?…sicuramente SANGIOVESE!

Se il Carpino è un albero che a molti miei colleghi all’inizio può risultare ostico sotto diversi aspetti, diverso discorso è per il Cedro. Attenzione, non il famoso agrume bensì l’albero appartenente al genere Cedrus.

Ecco, chi mi conosce sa che il Cedro è sicuramente il mio albero preferito, per mille motivi ma sicuramente la ragione principale è che da sempre professionalmente il Cedro mi accompagna con costanza. Quando ho un periodo di “noia” nel mio lavoro ecco che magicamente appare un albero di Cedro con caratteristiche uniche che chiede di essere arrampicato o curato. O meglio, forse lui non chiede nulla, ma a me stimola e corrobora prendermene cura.

Nel mio precedente scritto mi ero azzardato a fare un paragone tra un vitigno ed un albero. La cosa mia ha divertito e ora ci riprovo con il Cedro.

Secondo me il vitigno che si potrebbe paragonare al Cedro è il Sangiovese. Perché? Beh intanto ne esistono di diverse tipologie, esattamente come accade per i Cedri: Sangiovese di Romagna, Sangiovese piccolo, grosso, così come esistono il Cedro Deodara, del Libano o Atlantica. E poi, come il Cedro, viene coltivato un po’ ovunque in Italia e, come il Cedro, non dà ovunque gli stessi risultati in termini qualitativi. Sembra una pianta facile da gestire invece non lo è.

In tutte e due i casi, Cedro e Sangiovese, se ci si sforza si riesce a farli sopravvivere ma per raggiungere lo splendore nel caso del Cedro e l’eccellenza del suo vino nel caso del Sangiovese, ci vogliono estati fresche, non torride, ci vuole la neve, la pioggia al momento giusto, mai troppa; e poi ci vogliono le notti fresche, fredde a tratti, ci vogliono giornate con brezza fresca e cieli azzurro terso privi di umidità residua.

Il Cedro ha bisogno di queste caratteristiche per strutturare nei decenni i suoi palchi di rami possenti, per sviluppare il suo tronco maestoso per crescere in altezza, ma non troppo. Ha bisogno di vento per irrobustirsi, per allenarsi alle intemperie.

Non vuole pigre giornate da pianura con canicole estive estreme, con umidità altissime e costanti e soprattutto notti uguali al giorno come temperature.

E’ così anche il Sangiovese ha bisogno di escursioni termiche estreme, come quelle di Montalcino, che ti costringono al golfino di sera anche a Luglio a volte. Per dare nel bicchiere quel frutto fresco e quell’acidità che è la sua forza e longevità non vuole piattume climatico, non vuole sabbione nel terreno, vuole difficoltà perché è forte, tenace.

Anche il Cedro lo è, ma a volte è scorbutico. Al Cedro la neve piace, ma deve essere quando e come dice lui; al Sangiovese la pioggia piace, ma deve arrivare quando serve a lui e non dopo mesi di siccità a Settembre altrimenti lui, avido, la beve golosamente e la invia tutta al grappolo rompendone gli acini.

Sono dei divi naturali. Un po’ viziati.

La neve per il Cedro deve essere polverosa, fredda; non deve arrivare troppo presto, prima che lui abbia finito di stoccare il legno dell’anno nella seconda parte dell’anello di accrescimento e non deve arrivare troppo tardi, sciolta e pesante.

Come tutti i divi però se li si accudisce e li si tratta al meglio raggiungono picchi di eccellenza inarrivabili.

Longevità estrema entrambi.

Tutti e due non devono essere troppo affilati, tesi: il Cedro non deve crescere troppo in altezza; il Sangiovese non deve essere troppo aggressivo. Non devono  neanche  essere troppo larghi, non devono invecchiare prima del tempo.

Ecco, a parer mio, sia per il Cedro che per il Sangiovese, chi decide di dover e poter godere dei loro benefici, deve porsi come obbiettivo massimo il  raggiungere  quel perfetto equilibrio tra massa e altezza, tra freschezza e corpo, tra densità degli aghi e rami, tra trama tannica e agile beva.

Questo lo si raggiunge piantandoli nel posto giusto, all’altitudine giusta con la giusta pazienza a disposizione e gli elementi climatici di cui hanno bisogno.

Beh chi riesce a fare questo sia esso un’arboricoltore od un vignaiolo godrà di uno degli alberi più maestosi della terra e di uno dei vini più longevi e di classe dell’enomondo. Avrà un albero dall’architettura unica e possente con un contrasto cromatico inarrivabile nelle giornate terse. Un organismo che nelle giornate ventose suona e balla come un’ opera lirica, un testimone della storia che ha vissuto, raccontata dalla struttura dei suoi rami e dalla “possenza” dei suoi palchi.

…e se sostituiamo qualche parola….non sono le stesse sensazioni che può dare un grande Brunello di Montalcino?!

Stefano

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