Il carpino come il riesling e il pinot nero.

Nonostante siano quasi 30 anni che vedo alberi e li osservo con attenzione, non finisco mai di stupirmi della loro incredibile capacità di emozionare.

Negli ultimi 10 anni mi sono anche appassionato al vino e spesso mi capita di fare dei paragoni, magari che possono sembrare irriverenti ai “professionisti” del vino.

In realtà uno dei grandi uomini del mondo enologico mi ha insegnato che il vino deve essere soprattutto divertimento: alla fine di tutti i discorsi che si fanno devono rimanere una “bocca buona” e una risata tra persone che stanno bene insieme.

Ecco perché non ho paura di dilettarmi in azzardati paragoni tra varietà di alberi e tipologie di vino. E mi diverto pure!

La settimana scorsa ho dovuto abbattere un annoso Carpino ormai minato nella sua stabilità da diverse patologie. Purtroppo.

Funghi cariogeni, indebolimenti del legno e infine un picchio che, giustamente, esplorava il legno intenerito da funghi fitofagi e indebolendo ulteriormente la tenuta meccanica di questo Carpino centenario.

Mi fermo a riflettere. Tagliando l’ultimo pezzo noto la complessità del legno e le infinite sfaccettature di colore e forma. “Disegni” dovuti alla centenaria lotta tra barriere di protezione interne all’albero e funghi cariogeni.

Il Carpino come specie all’inizio della mia carriera non mi era molto gradito: sempre contorto, non entusiasmante da arrampicare, poco elegante, “scorbutico” a volte… con questi “polloncini” verticali che quando passavi in chioma se non stavi più che attento ti frustavano il viso in maniera violenta ed irritante. Legno durissimo, ostico al segaccio da pota e alla motosega, insomma non proprio tra i miei preferiti.

E rifletto ora, dopo 30 anni, come invece sempre più ne apprezzo la forza e la bellezza, la voglia di non arrendersi mai, di “ricacciare” dal tronco sempre e comunque anche in presenza dei problemi gravi.

Ne ammiro la potenza e durezza del tronco, l’eleganza delle forme della chioma, meno spettacolari di quelle di altri alberi, meno “immediate”, tuttavia così piene e complete…mai banali.

Ecco, riflettendo su questi concetti, guardandomi intorno ad ammirare i grandi Carpini presenti accanto a quello mancato e girando lo sguardo verso altri grandi Faggi, Querce e Robinie, mi viene in mente che ho la stessa sensazione di “apprezzamento maturato” con i vini, e le loro caratteristiche.

Tra l’altro la giornata è tersa e il blu del cielo fa ancora di più risaltare i colori delle chiome ondeggianti sotto una leggera brezza.

Quando ho iniziato ad appassionarmi di Vino mi impressionavano i grandi nomi, altisonanti, i vini delle importanti regioni vitivinicole: protagonisti del mondo del Vino un po’ come gli alberi maestosi che un paesaggista mette più in vista all’interno di un parco: faggi, platani, alberi iconografici…che tutti, più o meno, riconoscono e apprezzano.

Rimanevo “rapito” da Vini spettacolari nei profumi e nei colori come certi chardonnay semplici che magari in bocca poi spariscono, esattamente come – continuando la nostra similitudine – possono attrarre le profumate robinie, che propongono affascinanti fioriture per 15 giorni all’anno e normalmente rimangono “bruttarelle” o sofferenti perché sono alberi a crescita velocissima e dalla storia breve.

Con il progredire del mio cammino di conoscenza nel mondo vitivinicolo apprezzo sempre più vitigni nuovi, zone meno note, magari un po’ dimenticate oppure fuori moda.

Mi appassiono anche alla storia di una bottiglia di vino e di chi la produce; vado a fondo nell’analisi sensoriale del vino nel bicchiere (senza complicarmi la vita non mi si fraintenda) e grazie anche ai miei formatori, agli “eno-amici” più esperti, cerco di cogliere ogni aspetto della “storia di vino” che ho di fronte. Quello che prima mi sembrava insignificante o poco emozionante ora lo declino meglio, cerco di comprenderlo e lo apprezzo.

E’ un po’ come camminare in un parco e non rimanere solo sui vialetti segnati, ma cercare di guardare dietro le quinte più spettacolari e trovare magari cespugli più bassi e nascosti, ma magari con profumi spettacolari o fiori piccoli e numerosissimi; quello che può capitare ad esempio andando oltre il Nebbiolo Piemontese classico e scoprire la speziatura della Syrah italiana…la Vespolina.

Ecco, secondo me, il Carpino rappresenta per un arboricoltore quello che il Pinot nero e il Riesling rappresentano per un sommelier o appassionato di vino: la dimostrazione che se sai apprezzare appieno e conosci le sfaccettature più fini di ciò che valuti vuol dire che cominci…cominci a capirne qualcosa.

Il Carpino come questi vitigni straordinari non cresce dappertutto e soprattutto non ovunque raggiunge quella complessità di forme del tronco e della chioma che lo rendono unico.

Come il Pinot nero non tutti riescono a tirarne fuori tutta la finezza e l’eleganza. Molti colleghi per necessità o comodità lo potano in forma obbligata perché spesso è di difficile interpretazione.

Nel mondo del vino strada ne devo ancora percorre per “capirne davvero” e spero un giorno di saper comprendere e apprezzare pienamente il Pinot nero e il Riesling. Esattamente come ora, dopo 30 anni di arboricoltura, ogni volta che salgo su un Carpino secolare ne comprendo e apprezzo la sua storia, l’eleganza non banale e la finezza delle sue forme contorte.

I casi della Vita portano a….

…e la mattina arriva con un sole stupendo, il vento si è calmato lasciando un‘aria fresca e pulita.

Assistevamo all’affacciarsi della primavera sui colli parmensi.

Io sono abituato ad alzarmi presto, anzi, adoro alzarmi presto!

Verso le sette, faccio due passi nel giardino della Locanda e, mentre guardo l’affascinante panorama della Val Baganza, intravedo Catina sulla collina di fronte nel suo terreno.

E’ in compagnia di un cane lupo e due bovari del bernese che, sorpresi dalla mia presenza, mi corrono incontro esuberanti e simpaticamente minacciosi, ma si vede che sono buonissimi.

La raggiungo e le faccio i complimenti per il giardino.

Catina mi racconta che vive in locanda solo da alcuni mesi e che, presa dalla ristrutturazione del casale che risale al ‘700, ha avuto poco tempo per curarsi dello scoperto e vorrebbe qualche consiglio a riguardo.

Mi accorgo che non comprende subito che i miei complimenti sono rivolti proprio alla naturalità di quel luogo, al verde genuino, senza troppi “fronzoli o artefizi”.

Nel guardarmi intorno, nel silenzio, ascolto la sua voce che mi spiega che ci sarebbe il bosco da sistemare, i rami secchi da eliminare, e il giardino di fronte al casale da tosare. Tanti aggiustamenti da fare, secondo lei!

Mi permetto di distrarmi e non fare più molta attenzione a ciò che dice perché vengo letteralmente assorbito dalla visione di uno stupendo esemplare di Quercia, giù alla base della collina, che catalizza i miei sensi.

E’ una Quercus Robur, con evidenti problemi di salute si, ma esprime e “personifica” un valore che mi entusiasma, negli alberi come nelle persone: la resilienza.

La resilienza, la capacità di piegarsi ma non spezzarsi a fronte delle avversità della vita; la dote di sapersi rigenerare, adattare e reinventare, per sopravvivere.

Catina se ne accorge e mi dice..”…ah quella…piace molto anche a me ma andrebbe potata vero?…io non ne capisco molto, vorrei fare di questo posto un luogo bello, dove far incontrare persone interessanti (leggi anime ndr) creando iniziative culturali e di condivisione”.

In quel momento si accende una scintilla! 

Catina e la Locanda sembrano la somma perfetta di come si possa fare accoglienza e cultura del bello, dell’amicizia vera tra le persone che desiderano crescere e condividere. Ed è tutto lì in un posto ideale esattamente in quel momento.

Era da qualche tempo che professionalmente e, più in generale, umanamente, sentivo l’esigenza di “qualcosa” di stimolante per reinventare il mio modo di approcciarmi alla vita e alle varie situazioni!

Nel frattempo ci raggiunge Riccardo e anche lui rimane rapito dalla Quercia.

Azzardo… ”Rik cosa ne dici di usare questa Quercia per spiegare la resilienza degli alberi?…magari in organizzando un evento o a favore dei ragazzi delle scuole?”

Il Ferrari che è sempre entusiasta su nuove proposte, specialmente se controcorrente e innovative ribatte con un “ma si!!”. Rivolgendoci a Catina le comunichiamo in coro che in realtà alla Quercia non avremmo fatto proprio nulla, che andava bene così.

Lei sorride…rimane interdetta ma fiduciosa…

Le spiego che io e Riccardo abbiamo fondato un piccolo gruppo di Arboricoltori eco-etici: ci rapportiamo agli alberi cercando di avere il minor impatto possibile sulla loro esistenza. Potare solo se serve, assecondare i tempi delle piante e se il secco non è pericoloso lo riduciamo e basta. Oltre a ciò in genere pratichiamo i cosiddetti “tagli a corona” per favorire lo sviluppo della biodiversità.

Catina fa un passo indietro quasi travolta dalle nostre spiegazioni, sicuramente le saremo sembrati due fanatici. In realtà ci sorprende il fatto che ha compreso subito la vera passione che mettiamo nel nostro lavoro, nella cura degli alberi, e ci ha dato subito completa fiducia e supporto.

Una cosa che ho imparato negli ultimi anni è che le “anime ad anelli” si capiscono e si fidano reciprocamente. Si crea naturalmente una intesa perfetta che si basa sulla fiducia riconosciuta nel constatare la purezza degli intenti. In questi ultimi due anni ho capito che Catina è fenomenale nel far propri ed assecondare questi concetti, non solo con me, ovviamente, anche con tutte le persone che ha incontrato e coinvolto nei suoi bei progetti.

Mi stupisce quando mi dice “dai scegli una data e vieni in Locanda a parlare di alberi!”. Mi spiazza. Continua “si si dai…coinvolgo uno scrittore ed una mia amica che produce parmigiano. Se sei d’accordo inauguriamo così una serie di eventi che ho in mente”.

Mi ritrovo a sorridere a Riccardo pensando che davvero ci vuole poco per realizzare belle cose, se lo si fa con così tanto entusiasmo!

Rientriamo in Locanda e facendo check out ci ripromettiamo di organizzare davvero la serata.

La serata evento c’è stata a inizio estate 2017.  Mi sono trovato a parlare di alberi, davanti a una platea di 30 persone attentissime, al fianco di un bravissimo scrittore come Mario Ferraguti – grande conoscitore degli Appennini Emiliani, delle tradizioni e della fauna di quel territorio- e a Gabriella e Diego proprietari dell’azienda agricola Bastia.

Ferraguti ha scritto diversi libri; uno, in particolare, sul fascino delle case abbandonate.

Si, avete capito bene, ha scritto un libro sul fascino delle case spopolate che sono sugli Appennini: “La voce delle case abbandonate – Piccolo Alfabeto del silenzio – Ed. Ediciclo. Pagine bellissime che raccontano cosa può testimoniare una casa sulla vita che la abitava, osservando gli oggetti che contiene.

Inutile dirvi come la lettura di questo libro mi abbia aperto la mente e fatto riflettere su quanto  ci possa dire un oggetto che può sembrarci insignificante ma che per chi l’ha posseduto probabilmente aveva un significato importante, a volte vitale.

Riassumendo Ferraguti mi ha fatto ragionare sull’importanza del rispetto delle cose altrui!

E poi Gabriella e Diego. Li abbiamo ascoltati dirci cose molto interessanti su un prodotto come il Parmigiano, specialmente su come si possa produrre nel rispetto del benessere animale.

A fine serata Catina offre un aperitivo a tutti e sorseggiando un buon spumante sorride e candidamente ci dice “bravi tutti!”

Siamo felici e ci rendiamo conto che in effetti la magia del luogo ha permesso di incontrarci e conoscerci.

quattro anime ad anelli…quattro passioni diverse…quattro sconosciuti che ora si stimano.

Ci penso un attimo e rilancio: propongo a Catina di organizzare una seconda serata-evento sul vino che, come sapete, è altra mia grande passione. Lei senza pensarci sposa subito l’idea. E si riparte.

La semplicità di un sincero “perche’ no?!” ad una qualsiasi reciproca proposta ha un “sapore” entusiasmante; c’è da riflettere sul fatto di spargerne un po’ più spesso di “perché no!“,  in generale, di certo sarebbe positivo per tutti.

Subito comincio a pensare a come organizzare questo evento enoico sperando di non essermi lanciato in qualcosa di più grande di me. Com’è andata? Ve lo racconto nel prossimo post. A presto!

Radici, Rami e Vita

Ogni volta che guardo questa foto ammetto che mi perdo ad attribuirle significati sempre più articolati e insospettabili. Guardarla è diventato una sorta di “mantra ad immagine” e, rischiando di essere considerato come “spacciatore di fantasticherie metafisiche” 😊, vorrei condividere l’ispirazione che mi viene da questa foto.

Al contrario dell’astrazione io ci vedo molta concretezza; mi sembra proprio una significativa metafora della Vita, almeno per come la interpreto io con la mia esperienza. Mi affascina però il fatto che è una “immagine semplice”, come il disegno di un bambino, ritragga l’Essenziale.

I tratti semplificano la realtà, la lettura è pulita, netta, senza fronzoli. Questo è forse ciòche a volte è necessario per valutare al meglio gli eventi, le opportunità, le difficoltà e “riattrezzare” il pensiero a superare o affrontare con efficacia ciascuna di queste situazioni. Magari allargando l’orizzonte temporale e gestendo al meglio le energie. Come fanno gli Alberi.

Insomma.

C’è la terra, il prato verde, concreto e consistente, la dimensione “hard”, la base della vita, che è necessario avere e gestire.

C’è il cielo in metà foto, in perfetto equilibrio con la terra; cielo azzurro, aspirazionale, etereo…eppure materico, leggero ma altrettanto importante che la base…metaforicamente la materia di cui si nutre l’anima (per restare nel nostro tema) e in cui a volte muoversi non è così semplice…

E poi c’è l’Albero, l’individuo… l’anima che ci ha messo vita, tempo e impegno a sostenere la sua crescita, ed è cresciuto. Ha determinato il suo spazio e ci ha messo tanti “anelli”, tanti anni per diventare così, stagliandosi e combattendo.

Partendo dal suolo questo individuo ha trovato la sua strada, ha creato il proprio spazio aprendosi la strada nell’elemento Terra tramite le radici e nell’elemento Aria tramite i rami; rami e radici che, di fatto, rappresentano una connessione tra cielo e terra. Una connessione che ha una storia.

I rami raccontano di una evoluzione dell’anima…intesa come dimensione intellettuale di un essere: bivi, decisioni, percorsi di vita presi e lasciati, rami spezzati e ricresciuti in altra direzione…le metafore si sprecano.

Le radici raccontano invece di attaccamento alla vita, consapevolezze, ancoraggi e basi per la crescita, nutrimento basilare per lo sviluppo totale. Le radici degli alberi, secondo alcune teorie più recenti, sono il mezzo che permette la condivisione tra elementi “sociali” della flora, innescando il tema delle comunità e della gestione della sopravvivenza gestita in comunità.

In questa foto c’è anche, potente, la dimensione temporale; a me comunica una sorta di lentezza e di “pazienza” che impone lo “sguardo” di lungo termine verso un equilibrio generale che esorta ad astrarsi dalle opportunità/avversità momentanee per puntare alla Vita generosa (materialmente e spiritualmente) sul medio/lungo periodo.

Riflessioni. Sarà troppo da vedere tutto in un albero in mezzo a un prato? Boh…forse è solo perchè sono un’anima ad anelli 😊